Il banchetto della fame insaziabile

scritto da Vrilly
Scritto Ieri • Pubblicato 18 ore fa • Revisionato 18 ore fa
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Siamo tutti invitati a una festa di cui ignoriamo il vero motivo. Talvolta basta un solo banchetto, talvolta ne attraversiamo molti, prima di accorgerci che ciò che abbiamo inseguito e consumato non era ciò che poteva davvero nutrirci.
- Nota dell'autore Vrilly

Testo: Il banchetto della fame insaziabile
di Vrilly

In un giorno di letizia, come invitati a nozze, si ritrovano in eleganti abiti d’occasione a presenziare non si sa bene dove. Insieme ma ognuno per sé, brindano sembrando contenti, ma poco a poco la scena svela la vera natura della festa.

Come attratti da un magnete, tutti in cerca di appagare la propria insaziabile fame, si trovano ammassati, stretti, sgomitanti davanti al tavolo di un ricco buffet. Curvi e sbraitanti, non curanti delle loro belle vesti, si accalcano davanti alle portate che in bella vista vengono agguantate.

Organizzato ad arte per dar contezza all’opulenza, per ingannare di effimera ricchezza una vita fatta di sfrenato appagamento, vengono serviti con dovizia piatti caldi e freddi: potere, gloria, fama, eccellenza, serviti soli o come semplici contorni che accompagnano la portata principale, una ricetta antica: “l’Io sono”.

Come piccoli moscerini impazziti, una nuvola di affamati, non si guardano nemmeno, intenti a colmare il vuoto interno e personale, riempiono le proprie bocche di parole grasse senza sostanza che, masticate sguaiatamente, finiscono velocemente inghiottite, lasciando spazio ad altri grandi bocconi che non producono nutrimento.

Una simile ignorante abbuffata è accompagnata da litri di rabbia liquida, bollicine di indolenza, il sempre noto vittimismo d’annata alternato ad una spremuta sempre fresca di egoismo, che può essere bevuta fredda provando a dissipare il calore di quel buffet davvero disumano.

Nel bel mezzo della festa, quando sembra che si sia raggiunta l’estasi dell’ebbrezza, satolli e malnutriti, gli avventori dell’imponente pasto crollano uno ad uno in preda ad un sonno pesante come un letargo.

Non vi è certezza se nel momento del risveglio ricorderanno il motivo della festa. Se stropicciandosi gli occhi ancora pesanti di sazietà mancata, si guarderanno attorno cercando le briciole di ciò che hanno divorato.

Chissà se al risveglio avranno imparato che quell’invito era un trabocchetto. L’invito ad un banchetto in cui, ancora una volta, è stata offerta l’ennesima possibilità di comprendere che il potere svanisce in un rutto di vanità, la gloria si smaltisce come un’ubriacatura in cui il sapore non resta, che la fama lascia solo il retrogusto dell’arsura e che delle belle vesti restano solo pieghe sgualcite e colletti slacciati che scompostamente coprono corpi doloranti che accusano i postumi di un fugace appagamento.

Chissà se nel momento del risveglio, qualcuno nel silenzio ammutolito del dopofesta, alzerà lo sguardo e scoprirà che il vicino non è un rivale contro cui sgomitare, ma un commensale di una fame identica e uguale. Che l’unica pietanza mai servita era la fame condivisa.

Chissà se con lo stupore di chi disimpara ciò che credeva di sapere, avranno finalmente colto l’opportunità di vedere che la fame non si colma stipando. Che la ricetta antica “l’Io sono”, trova senso quando la si adatta per la comitiva.

Forse il risveglio porterà con sé questo nuovo sguardo. Oppure tutto verrà dimenticato al primo passo, e ci si rimetterà in ghingheri per un’altra festa.

Perché il buffet, si sa, non chiude mai — resta lì, imbandito, ammiccante, illusoriamente instancabile, ad aspettare chi ancora non ha capito che la vera fame non si vince abbuffandosi ma si dissipa con grazia e armonia, scegliendo il nutrimento e condividendo insieme ogni singolo boccone.

- Vally Vril - 

Il banchetto della fame insaziabile testo di Vrilly
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